Breve racconto di un viaggio tra le promesse fantasma.

Scritto da Andrea Bàssoli
Progetto fotografico di Francesco Bartoli Avveduti

scanGenova032-4.jpg Genova Quarto, Ex Ospedale Psichiatrico.

Mi sono sempre chiesto a cosa portassero le rivoluzioni, in ogni ambito: industria, tecnologia, società. I più conservatori sono noiosamente pessimisti, mentre gli innovatori eccessivamente ottimisti. La realtà, come spesso accade, è bivalente, e non accontenta nessuna delle due categorie.

Dove è quindi il problema? Nonostante l’istituzione “manicomio” sia stata cancellata con una legge, lo smaltimento delle strutture non è altrettanto semplice e, stando a quanto visto negli ultimi 25 anni, nemmeno il loro reimpiego.

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Più il tempo passa, più il suo riassesto si fa miraggio: l’incuria cresce, le spese di manutenzione salgono e l’appetibilità della struttura si perde tra rovi e siringhe. Il complesso ospedaliero è immenso, andarci per crederci, ma mai grande quanto la rabbia che provo ogni volta che ne varco la soglia, ogni volta che penso a quale immenso bene per la collettività sia oggetto del dire e non del fare, e noi a Genova conosciamo bene il mare che separa questi due verbi.

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Tutto ciò, a me come ad ogni cittadino comune, provoca rabbia e rassegnazione. Esclusi da qualsiasi decisione politica, ci alieniamo rispetto ad un territorio che ci appartiene e che vogliamo vivere quotidianamente. Ma non tutto è perduto.

Ci sono giovani segnali di rinascita all’interno della struttura, che non guardano in faccia all’elefante burocratico, ma colgono dritto nel segno: per far rivivere l’Ospedale, bisogna vivere l’Ospedale. Così, grazie alla collaborazione del Coordinamento di Quarto, vengono organizzate mostre d’arte, eventi musicali, intermezzi teatrali, con il solo scopo di portare gente all’interno delle mura, di reintrodurre la vita all’interno della moria amministrativa che attanaglia l’ex Manicomio.

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Fino ad oggi, noi di Code War abbiamo sguazzato in questo Mar Morto. Lo abbiamo esplorato, fotografato, reinventato; lo abbiamo impiegato come luogo di incontro, come luogo d’esposizione, come occasione per celebrare la nostra cultura e riportare attenzione ad un argomento a noi caro e spesso dimenticato: l’abbandono edilizio, concentrandoci sul danno che questo ha sulla società, privata sempre più di spazi urbani pubblici.

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Il degrado suscita sublimazione, in quanto opera del tempo e della natura su qualcosa di umanamente costruito: ci ricorda la nostra imperfezione, la nostra ristrettezza in quanto esseri umani, la perpetua necessità di lavoro per lottare contro forze più grandi di noi. Il degrado non è solo siringhe e rovi, ma anche nuovi murales e paesaggi. La differenza tra la prima visione e la seconda sta nel concetto di sicurezza del visitatore, unica discriminante incontrovertibile. Vogliamo esaltare street art e urbanità in un ambiente che protegge l’individuo, che lo coinvolge, che lo stupisce.

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Venite a vivere l’Ospedale in tutte le sue manifestazioni, proponete a chi di dovere progetti di interesse pubblico, promuovete anche voi cultura e socialità al suo interno, mettete per iscritto i vostri progetti e, come dice Gaber, quando riuscirete a mangiare un’idea, avrete fatto la vostra piccola rivoluzione.

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